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FIRMA LA PETIZIONE LAV: Per un Fisco non più nemico dei quattrozampe

Vivere con un animale domestico non deve essere considerato un lusso.
Di diverso avviso è però il nostro fisco: mentre fiori recisi, francobolli da collezione e tartufi freschi godono di un’aliquota agevolata, su cure veterinarie e cibo per animali non tenuti a scopo di lucro si applica l’IVA ordinaria (22%), la stessa di Champagne e automobili.
Un’aliquota destinata ad aumentare di tre punti percentuali arrivando al 25% a decorrere dal 1 gennaio 2021. E già dal 1° gennaio 2019 salirà al 24,2%. Un altro aspetto nevralgico sono le detrazioni Irpef. Il costo che le famiglie italiane devono sostenere per farmaci e cure veterinarie sono rimborsabili in piccola parte, la detrazione massima che è possibile ottenere è di soli 49,06 euro indipendentemente dal numero di animali che vivono con noi. Anche l’elevato prezzo dei farmaci veterinari costituisce un problema: a parità di principio attivo, il costo del farmaco veterinario è in media cinque volte superiore rispetto a quello a uso umano. Ma può arrivare a moltiplicarsi per dieci volte. E la legge impone di usare il farmaco veterinario per gli animali, solo qualora non ne esista uno può essere un farmaco umano.
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I vantaggi di vivere con un animale
Vivere con un cane o un gatto è una grande opportunità: facilita i rapporti sociali e ha una funzione decisamente positiva nell’allentare tensioni e stress. Molti studi hanno dimostrato i considerevoli benefici che la compagnia di un animale può apportare al benessere fisico e psicologico di una persona, anche
anziana. Prendersi cura di un animale è di aiuto nella prevenzione delle malattie cardiovascolari (contribuisce al miglioramento della circolazione sanguigna, all’abbassamento della pressione e alla riduzione del Colesterolo) e diminuisce l’obesità.
Vivere con un animale rappresenta anche un valido supporto psicologico poiché scandisce le giornate e favorisce l’interazione sociale, migliorando nel
contempo la risposta del sistema immunitario.
Secondo il rapporto di ASSALCO – ZOOMARK 2017, prendendo in considerazione solamente gli over 65, gli effetti positivi del rapporto con gli animali non si
registrano solo sulla salute e sul benessere degli anziani, ma anche sulle finanze pubbliche con un risparmio annuo stimato in 4 miliardi di euro in spese sanitarie. Anche per i più piccoli è un’esperienza importante poiché li aiuta nello sviluppo, li responsabilizza, fa conoscere loro la dimensione e il valore della diversità e diminuisce la comparsa di allergie.
Tutti questi vantaggi sociali, sanitari ed economici sono però tassati come beni di lusso con la conseguenza che accudire e curare un animale sta diventando sempre più difficile per gli italiani.

La percentuale di coloro che vivono con un animale familiare è in diminuzione
Secondo l’indagine Eurispes 2018, il 32,4% degli italiani vive con almeno un animale domestico, ma la percentuale è in diminuzione di oltre il 10% rispetto al 2016. Secondo le stime LAV, inoltre, in Italia si è passati da 36.214 cani adottati nel 2015 a 33.166 cani nel 2016, con una flessione pari all’8,4% in un solo
anno. E’ un dato di fatto: a causa del periodo di crisi il potere di acquisto degli italiani è diminuito e anche accudire un animale è un impegno economico che incide sul bilancio familiare. Cibo, vaccini, prestazioni veterinarie e farmaci comportano delle spese.
Sempre secondo Eurispes, il 58% di chi possiede almeno un animale domestico riesce a mantenere al disotto dei 50 euro mensili le spese per prendersene cura. Questo dato risulta in netto calo rispetto all’anno precedente quando a dichiarare di spendere meno di 50 euro al mese era l’80% degli italiani.
Aumentano, invece, considerevolmente gli italiani che spendono da 51 a 100 euro mensili: sono il 31,4% rispetto al 15,4% del 2017.
Riescono a spendere meno di 30 euro la maggior parte degli abitanti del Sud e delle Isole pur risultando le zone a maggiore concentrazione di animali in famiglia, pertanto presumibilmente in queste zone non si spende molto in prevenzione (vaccini e antiparassitari utili anche per prevenire patologie potenzialmente
trasmissibili all’uomo come la leishmaniosi).
Un dato che conferma la criticità della situazione è che in Italia il 33% degli intervistati ha dichiarato di aver ridotto le proprie spese personali per avere maggiore disponibilità per gli animali domestici.

L’importanza dell’adozione anche per assicurare il risparmio alla collettività
Eppure l’adozione di un cane o un gatto oltre a essere l’unica scelta coerente con la loro natura di esseri senzienti, è uno strumento fondamentale per combattere il randagismo e assicurare un risparmio a tutta la collettività.
Un cane in canile, infatti, costa mediamente 1.277,50 euro all’anno; se moltiplichiamo questa cifra per i cani presenti nel 2016 nei canili rifugio (a eccezione di quelli presenti in Calabria e Campania che non hanno fornito alcun dato), 78.983 soggetti, raggiungiamo la cifra di 100.900.782,50 euro che moltiplicata per sette anni (tempo medio della permanenza in canile di un cane in assenza di adozione) raggiunge la cifra di euro 706.305.477,50 €.
Nelle Regioni nelle quali si è registrato un aumento del numero di cani adottati si sono complessivamente risparmiati 1.149.750,00 €, mentre per tutte le altre regioni nel 2016 si sono spesi 5.043.570,00 euro in più rispetto all’anno precedente.
Adottare fa bene all’animale che dopo tante sofferenze trova il calore e le cure di una famiglia, favorisce il benessere e la buona qualità della vita di coloro che lo accudiscono e fa bene alla società garantendo un risparmio economico alle casse dei Comuni alimentate dai cittadini. <
Su tutto ciò però pesa una pressione fiscale molto alta, cui si aggiungono detrazioni irrisorie per prestazioni medico veterinarie e farmaci dall’elevato prezzo.

L’Aliquota IVA
Se l’IVA su carni, pesce, prodotti di origine vegetale e cereali godono di IVA agevolata, gli alimenti per gli animali familiari sopportano l’IVA di lusso al 22% così come le prestazioni veterinarie. E già a partire dal 1 gennaio 2019 prendersi cura di un animale costerà più caro.
La Legge di Bilancio 2018 ha, infatti, bloccato l’aumento delle aliquote ridotta e ordinaria per l’anno in corso. Per quelli successivi, invece, resta confermato l’aumento graduale di 3 punti percentuali a partire dal 1 gennaio 2019 data in cui quella ordinaria farà già sentire gli effetti più pesanti, passando dal 22% al 24,2%. 3 In particolare gli aumenti dal 1 gennaio 2019 al 1 gennaio 2021 saranno i seguenti:  l’aliquota IVA ridotta del 10% salirà: – all’11,5% a decorrere dal 1 gennaio 2019 – al 13% dal 2020  l’aliquota IVA ordinaria (quella al 22%) salirà: – al 24,2% dal 2019 – al 24,9% dal 2020 – al 25% dal 2021 Qualora cani e gatti fossero ancora soggetti a IVA ordinaria, nel 2021 su prestazioni veterinarie e cibo salirà al 25%.
Ciò significa che un quarto di quanto spenderemo per portarli dal veterinario e per nutrirli saranno tasse. Spenderemo di più anche per le loro medicine: l’IVA sul farmaco veterinario attualmente al 10% passerà al 13% a partire dal 1 gennaio 2021.
La questione del prezzo dei farmaci e delle prestazioni veterinarie è largamente sentita da chiunque viva con animale, in quanto può causare una difficoltà di accesso alla terapia, in particolare per le patologie croniche, fino anche a rendere di fatto impossibile il diritto del paziente animale a essere curato e il dovere di chi lo detiene a prestargli le dovute terapie.
L’elevato prezzo delle prestazioni veterinarie e dei farmaci costituisce un problema anche per i Comuni, il Servizio Veterinario pubblico, le Associazioni animaliste, i volontari e conseguentemente per gli animali ricoverati nei rifugi, per le colonie feline e per i gatti liberi e ha come effetto un peggioramento complessivo della tutela degli animali che, come riconosciuto dal Trattato di Lisbona, dal Codice deontologico dei medici veterinari e da consolidata giurisprudenza sono esseri senzienti.
Occorre, inoltre, sottolineare come le cure veterinarie debbano considerarsi prestazioni di pubblica utilità basti pensare all’importanza della prevenzione e della cura di patologie come la leishmaniosi, un’antropozoonosi, cioè una malattia trasmissibile, in alcune particolari condizioni, anche all’uomo.
Eppure non è così: mentre le prestazioni sanitarie sugli umani, anche a seguito dell’istituzione dell’imposta comunitaria, hanno mantenuto la “qualità” di pubblica utilità e come tali si è sancita l’esenzione dell’IVA, quelle veterinarie sono considerate tra quelle a utilità “privata” e quindi tassabili.

Si detrae poco
Un altro aspetto estremamente penalizzante per chi vive con un animale è rappresentato dalle detrazioni Irpef.
Rientrano in questa accezione i costi sostenuti le per le prestazioni medico veterinarie e per l’acquisto dei farmaci prescritti per animali detenuti a scopo di compagnia o per pratica sportiva. Nelle suddette spese rientrano anche gli esami di laboratorio eseguiti presso strutture veterinarie, mentre sono esclusi i farmaci senza prescrizione medica veterinaria, i mangimi e gli antiparassitari.
Il rimborso massimo ottenibile, indipendentemente dal numero di animali che vivono con il contribuente, è pari a 49,06 euro, ossia il 19% della differenza tra il tetto massimo (387,40 euro) e la franchigia (129,11 euro).
Vediamo qualche esempio:  chi spende fino a 129,11 euro non recupera alcun costo  chi spende 130 euro, recupera 0,17 euro  chi spende 150 euro, recupera 3,97 euro  chi spende 300 euro, recupera 32,47 euro  chi spende oltre 387,34 euro recupera 49 euro (importo massimo detraibile)

Il farmaco veterinario
Ci sono dei casi in cui il farmaco veterinario è molto simile, se non addirittura identico a quello umano la cui confezione costa in media 5 volte meno, ma il veterinario non può prescriverlo, pena una sanzione da 1.549,00 euro a 9.296,00 euro.
Il Diuren, un diuretico per animali, nella confezione da 30 compresse da 20 mg, costa 8,20 euro contro i 1,72, cioè quasi 5 volte di più, dell’analogo umano,
il Lasix (30 compresse da 25 mg) in entrambi i casi il principio attivo è il furosemide.
A parità di compresse e di principio attivo, la doxiciclina, il Ronaxan un antibiotico a uso veterinario costa quasi 4 volte di più rispetto al Bassado per uso umano. Anche una confezione di Fortekor da 14 compresse da 5 mg costa quasi 4 volte di più del Benexepril (28 compresse da 5mg), il farmaco registrato per gli umani, entrambi sono degli antipertensivi con lo stesso principio attivo il benazepil cloridato. Costa ben 26 volte di più una confezione di Vitamina K1, un antiemmoragico per uso animale, rispetto al Konakion a uso umano, in entrambi i casi il principio attivo è il fitomenadione.
Anche sul costo dello stesso principio attivo si registrano differenze di prezzo notevoli: se impiegato per produrre un farmaco veterinario costa in media quattro volte in più rispetto alla stessa molecola utilizzata per produrre un farmaco a uso umano. Prendendo in considerazione il costo del solo principio attivo, infatti, si viene ad esempio a evidenziare come la Ranitidina arrivi a costare quasi 10 volte di più di quando destinata a farmaci a uso umano.
Allo stesso modo il Benazepril Cloridrato (Fortekor) costa sette volte e mezzo se utilizzato per produrre un farmaco veterinario. Infine, a parità di quantità, il Furosemide contenuto nel Diuren ha un costo sei volte superiore rispetto allo stesso principio attivo utilizzato per il Lasix
Ma perché il medico veterinario non può prescrivere l’equivalente umano?
Perché la normativa che regola l’uso e la prescrizione dei farmaci veterinari, il Decreto Legislativo 193/2006, prevede un cosiddetto “meccanismo a cascata”: il farmaco che il veterinario può usare e prescrivere è quello registrato per quella specie animale per curare una determinata patologia.
Qualora non vi sia, ne può prescrivere un altro previsto per un’altra specie animale o per un’altra affezione della stessa specie animale. Solo in mancanza di entrambi il veterinario può ricorrere a un medicinale autorizzato per l’uso umano.

LE RICHIESTE AVANZATE DALLA LAV PER “UN FISCO NON PIÙ NEMICO DEI QUATTROZAMPE”:
– La cancellazione dell’aliquota Iva su prestazioni veterinarie per animali adottati e la riduzione di quella su prestazioni veterinarie, farmaci e cibo per animali non tenuti a scopo di lucro.
– L’abbattimento dei costi sproporzionati dei farmaci veterinari, con il riconoscimento del farmaco generico anche in veterinaria e dell’uso del farmaco equivalente
– L’aumento della quota di detrazione fiscale delle spese veterinarie e dei farmaci veterinari dalla dichiarazione dei redditi, tramite l’eliminazione della franchigia e del tetto massimo, e rendendola totale per chi adotta un cane o un gatto.
Una simile situazione rappresenterebbe un grande vantaggio per chi vive con animali e costituirebbe un incentivo alle adozioni.

I VANTAGGI
Un fisco “amico degli animali” avrebbe effetti positivi sulla qualità della vita, il diritto alla cura degli animali e alla loro adeguata nutrizione e rappresenterebbe un forte incentivo per le adozioni.
La disciplina tributaria italiana dovrebbe tenere conto della valenza che gli animali hanno per le loro famiglie e dell’importanza delle prestazioni medico veterinarie in termini di prevenzione per la sanità animale e la salute pubblica, tanto che Oms e Oie identificano la salute come un bene unico, sia che riguardi gli uomini sia gli animali, che il Trattato di Lisbona riconosce esseri senzienti così come il sentire comune e consolidata giurisprudenza in tema di uccisione e maltrattamento.
Le nostre proposte hanno un effetto positivo su:
–  animali poiché potrebbero trovare più facilmente una famiglia
–  salute animale in termini di cura e prevenzione poiché il cittadino sarebbe più invogliato a recarsi regolarmente dal veterinario e troverebbe meno gravose terapie e profilassi primarie
–  chi vive con un animale poiché sarebbero minori le spese per la sua cura e il suo mantenimento e vivrebbe più serenamente il rapporto
–  salute pubblica considerata l’importanza che ha la prevenzione delle zoonosi e i derivanti minori oneri economici sul SSN
– acudimento dei randagi e delle colonie feline a cura delle Associazioni e del volontariato poiché le spese di alimentazione e spesso anche quelle sanitarie sono a carico di chi se ne prende cura, svolgendo peraltro un servizio di pubblica utilità  pubbliche amministrazioni poiché diminuiscono i costi legati all’accudimento dei randagi e il numero di animali detenuti nelle strutture come conseguenza dell’aumento delle adozioni e della flessione degli abbandoni
– fisco poiché il cittadino che spende meno di 130 euro annui sarebbe incentivato a richiedere l’emissione della ricevuta fiscale, alla stregua di chi supera il tetto massimo di 387,94 euro
– classe veterinaria che potrebbe veder aumentare la frequenza e il numero di utenti

LAV – Ufficio Stampa tel. 064461325 – 3391742586 www.lav.it

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